20 novembre 2017

Salomè (11) - La testa di Jochanaan

Scritto da Marisa

Subito dopo l'ordine del tetrarca (sempre più convinto che ne seguirà una disgrazia) c'è un silenzio irreale, fino al sordo rumore di un tonfo. Se Salomè si aspettava delle urla o almeno un grido di terrore da parte del prigioniero, resta delusa: e la sua rabbia e frenesia non possono che crescere, per assumere più complicate e parossistiche espressioni all'apparizione del suo macabro “trofeo”.

È questa la scena a cui tutta l'opera tende, come una freccia che finalmente raggiunge il centro del suo obiettivo, quella che lega indissolubilmente e per sempre l'immagine di Salomè a Giovanni Battista, la principessa abituata al lusso sfrenato della corte allo spiritato profeta ascetico vestito di pelli di animali e nutrito di locuste. Ci può essere contrasto maggiore, in una situazione di simile tensione, quasi inimmaginabile e insostenibile? Ed è proprio su questa immagine-scandalo che gli artisti si sono affollati, riproducendola e ricreandola in infiniti modi e versioni, rendendola definitivamente un'icona. Salomè che, come in trance, ha in mano la testa di Jochanaan, afferrandola per i capelli (Klimt, Moreau...) o, con in mano il vassoio d'argento, la contempla intensamente, o al contrario ne distoglie lo sguardo girando la testa (Botticelli, Bernardino Luini, Caravaggio, Carlo Dolci, Cesare da Sesto, Lucas Cranach, Mattia Preti, Tiziano, Guido Reni...) è protagonista assoluta di un'enorme produzione artistica che si è sviluppata dal rinascimento in poi. Sì, perché l'interesse si è sempre più focalizzato sulla donna che non sul profeta (ad eccezione delle straordinarie raffigurazioni di Moreau, in cui al centro del quadro c'è la testa mozza di Giovanni dentro un'alone di luce, vera e propria lampada vivente, apparizione mistica). Ma se l'ossessione maschile si è tutta concentrata su Salomè come “femme fatale” e “donna castrante”, bisogna ora prendere in considerazione l'intera scena e riflettere sulla relazione che lega i due personaggi per afferrare l'enorme suggestione che ne deriva.

Nel suo delirio Salomè parla con Jochanaan, all'inizio come se non ne avesse ancora realizzata la morte: ”Ah! Non volevi ch'io ti baciassi la bocca, Jochanaan! Ebbene, ora potrò baciarla! Voglio mordere a fondo con i denti, come mordere piace un dolce frutto...”. Ed è questo suo frenetico parlare con lui che testimonia l'urgenza del suo bisogno di “relazione”, un contatto ravvicinato che le è stato negato con supremo disprezzo, con accenti oltraggiosi (”Vade retro, figlia di Babilonia! Non avvicinatevi all'eletto del Signore!”). Oppure, come unica concessione, quando si era degnato di parlarle direttamente, è stata dirottata verso qualcun altro, le è stato ordinato di andare nel deserto a “cercare il figlio dell'uomo”. Nessuna possibilità quindi di avvicinarlo, e nemmeno uno sguardo diritto negli occhi. In fondo già a un bambino ordiniamo di guardarci negli occhi mentre gli parliamo!

Ora che ha in mano la sua testa, Salomè può parlargli e dichiarare tutto il suo amore e la sua tristezza di sentirsi rifiutata: ”Ma aprili, i tuoi occhi, solleva le tue palpebre, Jochanaan! Perché tu non mi guardi? Hai paura di me, Jochanaan, che non vuoi guardarmi?”. Come una bambina, continua a passare dalle preghiere alle minacce e alla vendetta (“Con essa posso fare quello che voglio. Posso gettarla ai cani e agli uccelli dell'aria. Quel che sarà d'avanzo per i cani, sarà pasto degli uccelli dell'aria...”) per tornare subito dopo all'amore: “Ah! Ah! Jochanaan, Jochanaan, quanto eri bello. Il tuo corpo era un'eburnea colonna su un sostegno d'argento. Era un giardino pieno di colombi nella luce di argentei gigli. Come il tuo corpo nulla era bianco al mondo. Nulla al mondo era nero come i tuoi capelli. Così rosso non c'era nulla al mondo come avevi la bocca. La tua voce era un vaso d'incensi e quando ti guardavo, ascoltavo una musica arcana...”.

Salomè ora sa benissimo che lui è morto e che anche per lei è tutto finito, ed è questa consapevolezza che rende così amaro il rimpianto: ”Ah! Perché non mi hai guardato, Jochanaan?”. La relazione mancata non si è potuta trasformare, a differenza di Maddalena che invece è stata guardata e difesa da Gesù, e la preclusione feroce che ha incontrato è diventata morte per tutti e due. “M'avessi tu guardato, certo m'avresti amato, lo lo so, sì lo so, m'avresti amato. E il mistero dell'amore è più grande che il mistero della morte...”: in queste ultime parole c'è forse tutto il senso ultimo del dramma: il mistero dell'amore. Che cosa infatti spinge irresistibilmente Salomè verso Jochanaan e Maddalena verso Gesù, se non un grande amore, un amore diverso da quello che fino ad ora hanno conosciuto e praticato (per la Maddalena) o da quello ideale, solo intuito con i sensi (per Salomè), amore per qualcosa di assolutamente altro, che il “Maestro” o “Profeta”, l'uomo dedito alla vita spirituale, può incarnare? Amore per l'opposto quindi, ma non è questo una delle forme più potenti d'attrazione?

Sicuramente Eros ha tante facce, ma la sua trasformazione verso la trascendenza e lo spirituale ha sempre bisogno di una “materia prima”, di una base fisica da cui partire. Come non si può donare quello che non si ha (come sono ipocrite le dichiarazioni di generosità da parte di chi non ha nulla, soprattutto l'amore!), così non si può trasformare qualcosa che non si ha nemmeno in minima parte, a cui non si può avere accesso. Dai vangeli, soprattutto dagli apocrifi, conosciamo il grande riconoscimento di Gesù per Maddalena, la sua predilezione per lei tanto da renderla partecipe a pensieri segreti che non confidava ai dodici, alimentandone gelosie (soprattutto in Giuda!), e permettendole contatti fisici (la lavanda dei piedi con profumo, l'asciugatura con i capelli!). E questo non è amore? Solo dopo la morte, nella scena della resurrezione, non le permette più di toccare il corpo (“Noli me tangere!”): ma ormai si tratta di un corpo glorificato, non più simile a quello della donna, un fantasma in realtà!

Anche Dante conosce la trasformazione dell'amore e arriva all'estasi e al misticismo del Paradiso solo attraverso Beatrice, che pur incarnando ormai la sua anima-guida verso la contemplazione assoluta, è pur sempre stata la fanciulla intravista in terra e amata anche per il “bel sembiante”. Inutile parlarne come se fosse solo un simbolo o addirittura la Teologia stessa o altre allegorie: per queste avrebbe potuto usare altre figure, non il nome della fanciulla che ritorna ad abitare nella sua immaginazione e nel suo cuore per tutta la vita.

Ma ormai è troppo tardi per Salomè, che identifica il sapore dell'amore con quello del sangue e della morte (“Ah! L'ho baciata, la tua bocca, c'era un sapore amaro sulle labbra. Era sapore di sangue? No! Ma forse era sapore d'amore... Dicono che l'amore sappia d'amaro... Però, che importa? Che importa?”) proprio perché, non potendovi avere accesso in altra forma, ha finito con l'uccidere quello che ama. E di questo Oscar Wilde è stato l'artista più acutamente consapevole, come ci ricorda nella "Ballata del carcere di Reading":

Ogni uomo uccide la cosa che ama
Vorrei che ognuno lo sapesse
C'è chi lo fa con uno sguardo crudele
E chi con una parola gentile
Il vigliacco lo fa con un bacio
Chi ha coraggio con una lama sottile

C'è chi l'amore l'uccide in gioventù
E chi lo fa in tarda età
C'è chi ama così poco e chi davvero troppo
C'è chi paga e c'è chi vende
C'è chi uccide tra le lacrime
E chi senza batter ciglio
Perché ogni uomo uccide la cosa che ama
Ma non tutti poi vanno a morire
Non tutti...”
Non tutti, ma Salomè sì, lei va a morire. Erode, inorridito dalla scena, comanda “Uccidete questa donna!”, perché ormai non è più la fanciulla amata, la candida colomba... È diventata per sempre la donna dell'orrore! Ma in fondo anche lui non sta forse uccidendo quello che ama?

E su tutto continua a splendere la luna!

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SALOME
(an der Zisterne lauschend)
Es ist kein Laut zu vernehmen. Ich höre nichts. Warum schreit er nicht, der Mann? Ah! Wenn einer mich zu töten käme, ich würde schreien, ich würde mich wehren, ich würde es nicht dulden! ... Schlag zu, schlag zu, Naaman, schlag zu, sag' ich dir... Nein, ich höre nichts.
(gedehnt)
Es ist eine schreckliche Stille! Ah! Es ist etwas zu Boden gefallen. Ich hörte etwas fallen. Es war das Schwert des Henkers. Er hat Angst, dieser Sklave. Er hat das Schwert fallen lassen! Er traut sich nicht, ihn zu töten. Er ist eine Memme, dieser Sklave. Schickt Soldaten hin!
(zum Pagen)
Kommt hierher, du warst der Freund dieses Toten, nicht? Wohlan, ich sage dir: Es sind noch nicht genug Tote. Geh zu den Soldaten und befiehl ihnen, hinabzusteigen und mir zu holen, was ich verlange, was der Tetrarch mir vesprochen hat, was mein ist!
(Der Page weicht zurück, sie wendet sich den Soldaten zu.)
Hierher, ihr Soldaten, geht ihr in die Cisterne hinunter und holt mir den Kopf des Mannes!
(schreiend)
Tetrarch, Tetrarch, befiehl deinen Soldaten, daß sie mir den Kopf des Jochanaan holen!

(Ein riesengroßer schwarzer Arm, der Arm des Henkers, streckt sich aus der Cisterne heraus, auf einem silbernen Schild den Kopf des Jochanaan haltend, Salome ergreift ihn. Herodes verhüllt sein Gesicht mit dem Mantel. Herodias fächelt sich zu und lächelt. Die Nazarener sinken in die Knie und beginnen zu beten.)

SALOME
Ah! Du wolltest mich nicht deinen Mund küssen lassen, Jochanaan! Wohl, ich werde ihn jetzt küssen! Ich will mit meinen Zähnen hinein-beißen, wie man in eine reife Frucht beißen mag. Ja, ich will ihn jetzt küssen, deinen Mund, Jochanaan. Ich hab' es gesagt. Hab' ich's nicht gesagt? Ja, ich hab' es gesagt. Ah! Ah! Ich will ihn jetzt küssen... Aber warum siehst du mich nicht an, Jochanaan? Deine Augen, die so schrecklich waren, so voller Wut und Verachtung, sind jetzt geschlossen. Warum sind sie geschlossen? Öffne doch die Augen, erhebe deine Lider, Jochanaan! Warum siehst du mich nicht an? Hast du Angst vor mir, Jochanaan, daß du mich nicht ansehen willst? Und deine Zunge, sie spricht kein Wort, Jochanaan, diese Scharlachnatter, die ihren Geifer gegen mich spie. Es ist seltsam, nicht? Wie kommt es, daß diese rote Natter sich nicht mehr rührt? Du sprachst böse Worte gegen mich, gegen mich, Salome, die Tochter des Herodias, Prinzessin von Judäa. Nun wohl! Ich lebe noch, aber du bist tot, und dein Kopf, dein Kopf gehört mir! Ich kann mit ihm tun, was ich will. Ich kann ihn den Hunden vorwerfen und den Vögeln der Luft. Was die Hunde übrig lassen, sollen die Vögel der Luft verzehren... Ah! Ah! Jochanaan, Jochanaan, du warst schön. Dein Leib war eine Elfenbeinsäule auf silbernen Füßen. Er war ein Garten voller Tauben in der Silberlilien Glanz. Nichts in der Welt war so weiß wie dein Leib. Nichts in der Welt war so schwarz wie dein Haar. In der ganzen Welt war nichts so rot wie dein Mund. Deine Stimme war ein Weihrauchgefäß, und wenn ich dich ansah, hörte ich geheimnisvolle Musik...
(In den Anblick von Jochanaans Haupt versunken)
Ah! Warum hast du mich nicht angesehen, Jochanaan? Du legtest über deine Augen die Binde eines, der seinen Gott schauen wollte. Wohl! Du hast deinen Gott gesehn, Jochanaan, aber mich, mich hast du nie gesehn. Hättest du mich gesehn, du hättest mich geliebt! Ich dürste nach deiner Schönheit. Ich hungre nach deinem Leib. Nicht Wein noch Äpfel können mein Verlangen stillen... Was soll ich jetzt tun, Jochanaan? Nicht die Fluten noch die großen Wasser können dieses brünstige Begehren löschen... Oh! Warum sahst du mich nicht an? Hättest du mich angesehn, du hättest mich geliebt. Ich weiß es wohl, du hättest mich geliebt. Und das Geheimnis der Liebe ist größer als das Geheimnis des Todes...

HERODES
(leise zu Herodias)
Sie ist ein Ungeheuer, deine Tochter. Ich sage dir, sie ist ein Ungeheuer!

HERODIAS
(stark)
Sie hat recht getan. Ich möchte jetzt hier bleiben.

HERODES
(steht auf)
Ah! Da spricht meines Bruders Weib!
(schwächer)
Komm, ich will nicht an diesem Orte bleiben.
(heftig)
Komm, sag' ich dir! Sicher, es wird Schreckliches geschehn. Wir wollen uns im Palast verbergen, Herodias, ich fange an zu erzittern...
([Der Mond verschwindet.] auffahrend)
Manassah, Issachar, Ozias, löscht die Fackeln aus. Verbergt den Mond, verbergt die Sterne! Es wird Schreckliches geschehn.

(Die Sklaven löschen die Fackeln aus. Die Sterne verschwinden. Eine große Wolke zieht über den Mond und verhüllt ihn völlig. Die Bühne wird ganz dunkel. Der Tetrarch beginnt die Treppe hinaufzusteigen.)

SALOME
(matt)
Ah! Ich habe deinen Mund geküßt, Jochanaan. Ah, ich habe ihn geküßt, deinen Mund, es war ein bitterer Geschmack auf deinen Lippen. Hat es nach Blut geschmeckt? Nein! Doch es schmeckte vielleicht nach Liebe... Sie sagen, daß die Liebe bitter schmecke... Allein, was tut's? Was tut's? Ich habe deinen Mund geküßt, Jochanaan. Ich habe ihn geküßt, deinen Mund.

(Der Mond bricht wieder hervor und beleuchtet Salome.)

HERODES
(sich umwendend)
Man töte dieses Weib!

(Die Soldaten stürzen sich auf Salome und begraben sie unter ihren Schilden. Der Vorhang fällt schnell.)
SALOME
(origlia alla cisterna)
Nessun suono s'avverte. Non odo nulla. Perché egli non grida, quell'uomo? Ah! Se qualcuno venisse per uccidermi, io griderei, saprei lottare, non cederei!... Giù il colpo, giù il colpo, Naaman, giù il colpo, ti dico... No, non odo nulla.

(in tensione)
Terribile silenzio! Ah! A terra è caduta una cosa. Ho sentito cadere qualcosa. Era la spada del boia. Lui ha paura, lo schiavo! Ha lasciato cadere la spada! Non ha forza di ucciderlo! Quello schiavo, è un imbelle. Mandategli i soldati!

(volgendosi al paggio)
Vieni qui, tu eri l'amico di quel morto, no? Ecco, ti dico: occorrono altri morti. Va' tu dai soldati e ordina che scendano laggiù, che prendano quello che io chiedo, che a me il tetrarca ha promesso, quello che è mio!

(Il paggio arretra, ella si rivolge ai soldati.)
Voi, qui da me, soldati! Scendete giù nel pozzo e prendete la testa di quell'uomo!
(urlando)
Tetrarca, tetrarca, comanda ai tuoi soldati che a me portino la testa di Jochanaan!

(Un gigantesco braccio nero, il braccio del boia, si sporge fuori dalla cisterna, sostenendo la testa di Jochanaan su uno scudo d'argento. Salome l'afferra. Erode si copre il volto col manto. Erodiade agita il ventaglio e sorride. I Nazareni cadono in ginocchio e cominciano a pregare.)


SALOME
Ah! Non volevi ch'io ti baciassi la bocca, Jochanaan! Ebbene, ora potrò baciarla! Voglio mordere a fondo con i denti, come mordere piace un dolce frutto. Sì, ora potrò baciarla, la tua bocca, Jochanaan. Te l'ho detto. Non l'ho detto? Sì, l'ho già detto. Ah! Ah! Ora voglio baciarla... Ma perché tu non mi guardi, Jochanaan? I tuoi occhi, che erano così truci, colmi di collera e disprezzo, ora son chiusi. Perché son chiusi? Ma aprili, i tuoi occhi, solleva le tue palpebre, Jochanaan! Perché tu non mi guardi? Hai paura di me, Jochanaan, che non vuoi guardarmi? E la tua lingua non dice nulla, Jochanaan, questa purpurea vipera che il suo veleno ha schizzato su me? È strano, o no? Come può essere che più non guizza l'aspide rosso? Contro me dicevi ingiuriose parole, contro me, Salome, figlia di Erodiade, principessa di Giudea. Ebbene! lo vivo ancora, tu sei morto invece, e la tua testa, la tua testa è mia! Con essa posso fare quello che voglio. Posso gettarla ai cani e agli uccelli dell'aria. Quel che sarà d'avanzo per i cani, sarà pasto degli uccelli dell'aria... Ah! Ah! Jochanaan, Jochanaan, quanto eri bello. Il tuo corpo era un'eburnea colonna su un sostegno d'argento. Era un giardino pieno di colombi nella luce di argentei gigli. Come il tuo corpo nulla era bianco al mondo. Nulla al mondo era nero come i tuoi capelli. Così rosso non c'era nulla al mondo come avevi la bocca. La tua voce era un vaso d'incensi e quando ti guardavo, ascoltavo una musica arcana...

(Perduta nella contemplazione della testa di Jochanaan)

Ah! Perché non mi hai guardato, Jochanaan? Sopra i tuoi occhi ponesti la benda di colui che contemplava il suo Dio solamente. Ecco! Il tuo Dio l'hai visto, Jochanaan, invece me, me, non m'hai guardata mai. M'avessi tu guardato, certo m'avresti amato! Ho sete della tua bellezza. Ho fame del tuo corpo. Né vini mai né frutti potrebbero lenirmi il desiderio... Jochanaan, che devo fare adesso? Né i torrenti né i mari potrebbero sedare questo infocato anelito... Oh! Perché non mi hai guardato? M'avessi tu guardato, certo m'avresti amato, lo lo so, sì lo so, m'avresti amato. E il mistero dell'amore è più grande che il mistero della morte...


ERODE
(sottovoce a Erodiade)
È un mostro, tua figlia. Crédimi, è un mostro!


ERODIADE
(con forza)
Ha fatto benissimo mia figlia. Ora voglio restare qui.

ERODE
(alzandosi)
Ah! Sta parlando la sposa di mio fratello!
(debolmente)
Vieni, in questo luogo io non voglio restare.
(con violenza)
Vieni, ho detto! È certo, accadrà una sciagura. Dobbiamo nasconderci nel palazzo, o Erodiade, incomincio a tremare...
([La luna scompare.] Scatta in piedi)
Manassah, Issachar, Ozias, spegnete le torce. Nascondete la luna e le stelle! Accadrà una sciagura.

(Gli schiavi spengono le torce. Le stelle spariscono. Una grande nube passa sulla luna e la copre del tutto. La scena è completamente oscura. Il tetrarca comincia a salire su per la scala.)


SALOME
(spossata)
Ah! Ho baciato la tua bocca, Jochanaan. Ah! L'ho baciata, la tua bocca, c'era un sapore amaro sulle labbra. Era sapore di sangue? No! Ma forse era sapore d'amore... Dicono che l'amore sappia d'amaro... Però, che importa? Che importa? T'ho baciato la bocca Jochanaan. lo l'ho baciata, la tua bocca.


(La luna riappare dalla nube e illumina Salome.)


ERODE
(volgendosi)
Uccidete questa donna!

(I soldati si avventano su Salome e la seppelliscono sotto gli scudi. Cade rapidamente il sipario.)




Teresa Stratas (Salomè), Hans Beirer (Erode)
dir: Karl Böhm (1974)


Catherine Malfitano (Salomè), Horst Hiestermann (Erode)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Catherine Naglestad (Salomè), Herwig Pecoraro (Erode)
dir: Simone Young (2015)

Può essere considerato brano a sé, non foss'altro per l'ampiezza del disegno musicale, anche l'assolo di Salome ("Ah, du woltest mich nicht deinem Mund kussen"), nella raccapricciante e tesissima scena di necrofilia che chiude l'opera: una storia di Liebestod a rovescio, come è stato giustamente osservato. Se è vero che Isotta canta il compimento trasfigurato di una inalienante tensione d'amore che vince la morte, Salome canta l'incompiutezza dell'amore mai conosciuto ed impossibile a compiersi, seppur bramato anche attraverso la morte.
(Dizionario dell'Opera, ed. Baldini & Castoldi)



Nina Stemme
dir: Antonio Pappano (2007)


Ljuba Welitsch
dir: Lovro von Matacic (1944?)


Astrid Varnay
dir: Hermann Weigert (1953)

Birgit Nilsson
dir: Wolfgang Sawallisch (1970?)

17 novembre 2017

Salomè (10) - La richiesta

Scritto da Marisa

Finita la danza, un Erode entusiasta e beato chiede a Salomè cosa desidera in compenso: “Vieni qui, Salome, vieni, è giusto che tu ne abbia il premio. Regalmente voglio compensarti. Tutto so darti, tutto quel che il tuo cuore attende. Dimmi! Che cosa vuoi?”. Con molta freddezza la fanciulla (forse ormai non più fanciulla) avanza la sua richiesta e inizia parlando del “supporto”, il piatto d'argento, su cui vuole... Erode la interrompe, già affascinato dalla raffinatezza dell'oggetto, un vero disco lunare, argentea base su cui poggiare il tesoro, qualsiasi esso sia. Ma quando lei prosegue, sorridendo, “la testa di Jochanaan”, esplode in un ”No!!!” inorridito e inizia affannosamente a cercare di dissuaderla, offrendole tutto quello che può avere di più bello e allettante per una donna: metà del suo regno, un gioiello unico e meraviglioso, i pavoni bianchi splendidi e superbi, tutti i tesori nascosti e quelli visibili, fino a spingersi nel sacrilegio, al velo del tempio... La risposta di Salomè è sempre la stessa, inesorabile e fissa: “Pretendo la testa di Jochanaan!”. E in virtù del giuramento, il potente tetrarca deve infine dare l'ordine che in realtà è un atto di sottomissione e di obbedienza all'assurdo “capriccio” della figliastra e della sua sventata libidine... La sua impotenza è del tutto visibile ed è costretto a riconoscerla anche lui, stremato e sfinito dall'angoscia: “Chi ha preso il mio anello? Avevo un anello nella mia mano destra. Chi ha bevuto il mio vino? C'era del vino nel mio calice. L'hanno vuotato”.

Quello che nei vangeli di Marco e Matteo è documentato con scarne e asettiche parole, qui viene dilatato con grande emotività. L'angoscia di Erode va ben oltre la contrarietà di chi deve dare un ordine che non aveva previsto, ed è proprio quest'angoscia che ci guida nell'interpretazione di ciò che sta accadendo. Lui è un tiranno abituato a dare la morte ai nemici politici e personali e Jochanaan è un suo nemico. Perché dovrebbe reagire con tanta sconvolta scompostezza alla sua uccisione, nonostante l'iniziale contrarietà? Evidentemente è toccato nel profondo da qualcosa che neanche lui conosce, qualcosa che oscuramente sente di molto minaccioso e che attiva paure primordiali e indicibili. Forse non è l'uccisione in sé che lo getta nell'angoscia, ma la modalità richiesta: il taglio della testa, taglio che simbolicamente rappresenta una castrazione spostata in alto. Ecco il punto: si riattiva l'angoscia di castrazione, punto focale e di snodo di tutto il complesso sviluppo della psiche maschile.

Certamente qui non si parla del pene, ma della testa. E a prima vista, per chi è lontano dalla psicanalisi, può sembrare molto arbitraria ed assurda una tale ipotesi, ma la sfera erotico-sessuale è fortemente costellata in tutta l'opera e gli artisti forniscono da sempre con le loro opere visionarie e spesso scaturite dall'inconscio il materiale più adatto a supportare le ipotesi delle indagini psicoanalitiche. L'angoscia di castrazione è una forze delle più potenti nei meccanismi psichici della prima infanzia e, quando le cose vanno bene, rimane rimossa e non pregiudica, dopo la lunga fase di latenza che segue al periodo edipico e del suo superamento con la formazione del Super-Io, una vita sessuale normale e uno sviluppo armonico della personalità. Ma se per tanti motivi (su cui non posso dilungarmi) ci sono gravi difficoltà per via di situazioni genitoriali sfavorevoli (padre assente o seduttivo o troppo severo, madre depressa o rigida o troppo seduttiva...), l'angoscia di castrazione continua ad agire producendo sintomi (impotenza, eiaculazione precoce...) o può spostarsi in vario modo e creare complicate perversioni e disturbi caratteriali.

Un segno evidente delle fantasie di castrazione è visibile in alcuni racconti e nel folklore in cui domina la paura o fascinazione della donna castrante (la strega, Baba Jaga, Circe, Lilith, la sirena, Turandot...) e la paura della “vagina dentata” ritorna in molti sogni e fobie (fobie di squali, animali mordenti...). La castrazione in alto (della testa appunto) può manifestarsi anche con l'inibizione ad usare le facoltà intellettuali, la rinuncia a pensare con la propria testa. Il terrore che si impossessa di Erode e l'angoscia con cui cerca in modo sempre più compulsivo di eludere la richiesta di Salomè non è solo sacro rispetto per il profeta o paura della folla. È un autentico tentativo di difesa con l'offerta di quasiasi altro valore pur di allontanare quella minaccia inesorabile. Si sente veramente sotto attacco ed entra in risonanza con la paura ancestrale di tutto il genere maschile, quando l'inconscio agita uno spettro così temuto. Ma non può che arrendersi, sfinito, al desiderio sadico della donna che, dominandolo con la sua bellezza, ha carpito il giuramento che lo rende impotente.

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HERODES
Ah! Herrlich! Wundervoll, wundervoll!
(zu Herodias)
Siehst du, sie hat für mich getanzt, deine Tochter. Komm her, Salome, komm her, du sollst deinen Lohn haben. Ich will dich königlich belohnen. Ich will dir alles geben, was dein Herz begehrt. Was willst du haben? Sprich!

SALOME
(süß)
Ich möchte, daß sie mir gleich in einer Silberschüssel...

HERODES
(lachend)
In einer Silberschüssel - gewiß doch - in einer Silberschüssel... Sie ist reizend, nicht? Was ist's, das du in einer Silberschüssel haben möchtest, o süße, schöne Salome, du, die schöner ist als alle Töchter' Judäas? Was sollen sie dir in einer Silberschüssel bringen? Sag es mir! Was es auch sein mag, du sollst es erhalten. Meine Reichtümer gehören dir. Was ist es, das du haben möchtest, Salome?

SALOME
(steht auf, lächelnd)
Den Kopf des Jochanaan.

HERODES
(fährt auf)
Nein, nein!

HERODIAS
Ah! Das sagst du gut, meine Tochter. Das sagst du gut!

HERODES
Nein, nein, Salome; das ist es nicht, was du begehrst! Hör' nicht auf die Stimme deiner Mutter. Sie gab dir immer schlechten Rat. Achte nicht auf sie.

SALOME
Ich achte nicht auf die Stimme meiner Mutter. Zu meiner eignen Lust will ich den Kopf des Jochanaan in einer Silberschüssel haben. Du hast einen Eid geschworen, Herodes. Du hast einen Eid geschworen, vergiß das nicht!

HERODES
(hastig)
Ich weiß, ich habe einen Eid geschworen. Ich weiß es wohl. Bei meinen Göttern habe ich es geschworen. Aber ich beschwöre dich, Salome, verlange etwas andres von mir. Verlange die Hälfte meines Königreichs. Ich will sie dir geben. Aber verlange nicht von mir, was deine Lippen verlangten.

SALOME
(stark)
Ich verlange von dir den Kopf des Jochanaan!

HERODES
Nein, nein, ich will ihn dir nicht geben.

SALOME
Du hast einen Eid geschworen, Herodes.

HERODIAS
Ja, du hast einen Eid geschworen. Alle haben es gehört.

HERODES
Still, Weib, zu dir spreche ich nicht.

HERODIAS
Meine Tochter hat recht daran getan, den Kopf des Jochanaan zu verlangen. Er hat mich mit Schimpf und Schande bedeckt. Man kann sehn, daß sie ihre Mutter liebt. Gib nicht nach, meine Tochter, gib nicht nach! Er hat einen Eid geschworen.

HERODES
Still, sprich nicht zu mir! Salome, ich beschwöre dich: Sei nicht trotzig! Sieh, ich habe dich immer lieb gehabt. Kann sein, ich habe dich zu lieb gehabt. Darum verlange das nicht von mir. Der Kopf eines Mannes, der vom Rumpf getrennt ist, ist ein übler Anblick. Hör', was ich sage! Ich habe einen Smaragd. Er ist der schönste Smaragd der ganzen Welt. Den willst du haben, nicht wahr? Verlang ihn von mir, ich will ihn dir geben, den schönsten Smaragd.

SALOME
Ich fordre den Kopf des Jochanaan!

HERODES
Du hörst nicht zu, du hörst nicht zu. Laß mich zu dir reden, Salome!

SALOME
Den Kopf des Jochanaan.

HERODES
Das sagst du nur, um mich zu quälen, weil ich dich so angeschaut habe. Deine Schönheit hat mich verwirrt. Oh! Oh! Bringt Wein! Mich dürstet! Salome, Salome, laß uns wie Freunde zu einander sein! Bedenk' dich! Ah! Was wollt ich sagen? Was war's?... Ah! Ich weiß es wieder!... Salome, du kennst meine weißen Pfauen, meine schönen weißen Pfauen, die im Garten zwischen den Myrten wandeln... Ich will sie dir alle, alle geben. In der ganzen Welt lebt kein König, der solche Pfauen hat. Ich habe bloß hundert. Aber alle will ich dir geben.
(Er leert seinen Becher.)

SALOME
Gib mir den Kopf des Jochanaan!

HERODIAS
Gut gesagt, meine Tochter!
(zu Herodes)
Und du, du bist lächerlich mit deinen Pfauen.

HERODES
Still, Weib! Du kreischest wie ein Raubvogel. Deine Stimme peinigt mich. Still sag' ich dir! Salome, bedenk, was du tun willst. Es kann sein, daß der Mann von Gott gesandt ist. Er ist ein heil'ger Mann. Der Finger Gottes hat ihn berührt. Du möchtest nicht, daß mich ein Unheil trifft, Salome? Hör' jetzt auf mich!

SALOME
Ich will den Kopf des Jochanaan!

HERODES
(auffahrend)
Ach! Du willst nicht auf mich hören. Sei ruhig, Salome. Ich, siehst du, bin ruhig. Höre.
(leise und heimlich)
Ich habe an diesem Ort Juwelen versteckt, Juwelen, die selbst deine Mutter nie gesehen hat. Ich habe ein Halsband mit vier Reihen Perlen, Topase, gelb wie die Augen der Tiger. Topase, hellrot wie die Augen der Waldtaube, und grüne Topase, wie Katzenaugen. Ich habe Opale, die immer funkeln, mit einem Feuer, kalt wie Eis. Ich will sie dir alle geben, alle!
(immer aufgeregter)
Ich habe Chrysolithe und Berylle, Chrysoprase und Rubine. Ich habe Sardonyx - und Hyazinthsteine und Steine von Chalcedon. - Ich will sie dir alle geben, alle und noch andere Dinge. Ich habe einen Kristall, in den zu schaun keinem Weibe vergönnt ist. In einem Perlmutterkästchen habe ich drei wunderbare Türkise: wer sie an seiner Stirne trägt, kann Dinge sehn, die nicht wirklich sind. Es sind unbezahlbare Schätze. Was begehrst du sonst noch, Salome? Alles, was du verlangst, will ich dir geben - nur eines nicht - nur nicht das Leben dieses einen Mannes. Ich will dir den Mantel des Hohenpriesters geben. Ich will dir den Vorhang des Allerheiligsten geben...

DIE JUDEN
Oh, oh, oh!

SALOME
(wild)
Gib mir den Kopf des Jochanaan!

(Herodes sinkt verzweifelt auf seinen Sitz zurück.)

HERODES
(matt)
Man soll ihr geben, was sie verlangt! Sie ist in Wahrheit ihrer Mutter Kind!
(Herodias zieht dem Tetrarchen den Todesring vom Finger und gibt ihn dem ersten Soldaten, der ihn auf der Stelle dem Henker überbringt.)
Wer hat meinen Ring genommen?
(Der Henker geht in die Zisterne hinab.)
Ich hatte einen Ring an meiner rechten Hand. Wer hat meinen Wein getrunken? Es war Wein in meinem Becher. Er war mit Wein gefüllt. Es hat ihn jemand ausgetrunken.
(leise)
Gewiß wird Unheil über einen kommen.

HERODIAS
Meine Tochter hat recht getan!

HERODES
Ich bin sicher, es wird ein Unheil geschehn.
ERODE
Ah! splendido! Magico, magico!
(a Erodiade)
Lo vedi, tua figlia ha danzato per me. Vieni qui, Salome, vieni, è giusto che tu ne abbia il premio. Regalmente voglio compensarti. Tutto so darti, tutto quel che il tuo cuore attende. Dimmi! Che cosa vuoi?

SALOME
(dolcemente)
Vorrei che adesso sopra un piatto d'argento...


ERODE
(ridendo)
Sopra un piatto d'argento - sì, certo - sopra un piatto d'argento... È deliziosa, no? Che è ciò che vuoi avere sopra un piatto d'argento, o dolce, bella Salome, tu che sei più bella di tutte le fanciulle di Giudea? Che cosa ti daranno sopra un piatto d'argento? Dimmelo! Qualunque cosa sia, tu l'otterrai. I miei tesori appartengono a te. Che è ciò che vuoi avere?


SALOME
(s'alza e sorride)
La testa di Jochanaan.

ERODE
(scatta in piedi)
No, no!!

ERODIADE
Ah! Ben detto, figlia mia! Ben detto!


ERODE
No, Salome, no; questo non è ciò che tu vuoi. Non ascoltare la voce di tua madre. Sempre t'ha consigliato male. Non badarle.


SALOME
Non bado alla voce di mia madre. Solo per mio piacere voglio la testa di Jochanaan sopra un piatto d'argento. Hai fatto un giuramento. Erode. Hai fatto un giuramento, non scordartelo!


ERODE
(con ansia)
Lo so, ho fatto un giuramento. Lo so bene. Sui miei dèi l'ho giurato. Ma ti supplico, Salome, esigi un'altra cosa. Esigi la metà del mio regno. Sarà tua. Ma da me non puoi esigere ciò che dice il tuo labbro.



SALOME
(con forza)
Da te esigo la testa di Jochanaan!

ERODE
No, no, non voglio dartela.

SALOME
Erode, tu hai fatto un giuramento.

ERODIADE
Si, hai fatto un giuramento. E l'hanno udito tutti.


ERODE
Femmina, taci, io non parlo con te.

ERODIADE
Mia figlia fa benissimo a volere la testa di Jochanaan. Costui mi ha coperto di vituperi e vergogne. Quindi si vede ch'ella ama sua madre. Figlia, non cedere, non cedere! Egli ha giurato.


ERODE
Taci, non mi parlare! Salome, ti scongiuro: non ostinarti! Guarda, t'ho sempre amato. Forse t'ho amato troppo. Da me perciò non domandare questo. La testa d'un uomo separata dal tronco è un'orribile vista. Ascolta quel che dico. Possiedo uno smeraldo. È lo smeraldo più bello del mondo. Vorresti averlo, non è così? Chiedilo, lo smeraldo bellissimo, e io te lo darò.



SALOME
Pretendo la testa di Jochanaan!

ERODE
Ma non ascolti, non ascolti. Salome, lascia che io ti parli!

SALOME
La testa di Jochanaan.

ERODE
Lo dici solo per torturarmi, perché t'ho guardato in quel modo. La tua bellezza mi ha confuso. Oh! Oh! Portate vino! Ho sete! Salome, Salome, trattiamoci da amici! Rifletti! ah! Che dicevo? Che era?... Ah! Lo rammento!... Salome, tu conosci i miei pavoni bianchi, i bei pavoni bianchi che nel giardino passeggiano tra i mirti... lo te li dono tutti, tutti. Non c'è un re in tutto il mondo che abbia questi pavoni. Ne ho solo cento. Ma te li dono tutti.

(Erode vuota la coppa del vino.)


SALOME
Dammi la testa di Jochanaan!

ERODIADE
Ben detto, figlia mia!
(a Erode)
E tu, tu sei ridicolo con quei tuoi pavoni.

ERODE
Femmina, taci. Tu gracchi come uccello da preda. La tua voce è un tormento. Ti dico di tacere! Salome, pensa a quello che fai. Forse quell'uomo è mandato da Dio. Egli è un sant'uomo. E l'ha toccato il dito di Dio. Vuoi tu allora che un malanno mi abbatta? E dunque, dammi retta!


SALOME
Voglio la testa di Jochanaan!

ERODE
(abbandonandosi all'ira)
Ah! tu non vuoi darmi ascolto. Sta' calma, Salome. lo sono calmo, vedi.

(parla sottovoce, in segreto)
Qui presso ho nascosto gioielli, gioielli che neppure tua madre ha mai visto. Ho una collana con quattro fili di perle, topazi fulvi come gli occhi delle tigri. Topazi rosei come gli occhi dei colombacci, e verdi come gli occhi dei gatti. Possiedo opali di bagliore costante con dentro un fuoco freddo come il ghiaccio. Tutti io te li offro, tutti!

(con agitazione crescente)
Possiedo crisòliti e berilli, crisoprassi e rubini. Ho gemme di sardònico e iacinto e pietre calcedonie. - Tutto io ti dono, tutto ed altro ancora aggiungo. È mio un cristallo dentro al quale alle donne è vietato guardare. In un madreperlaceo cofanetto io serbo tre mirabili turchesi: chi se li pone in fronte, sogna cose che non sono del mondo. Sono tutti tesori senza prezzo. Oppure, Salome, altre cose tu pretendi ancora? Tutto quello che vuoi posso donarti - una cosa non posso: la vita, no mai, di quest'uomo soltanto. Ti do il manto del Sommo Sacerdote, ti do il velo del Santo dei Santi...


GLI EBREI
Oh, oh, oh!

SALOME
(feroce)
Dammi la testa di Jochanaan!

(Erode cade disperato sul trono.)

ERODE
(sfinito)
Le sia dato ciò che pretende! Ella è in tutto la figlia di sua madre!
(Erodiade sfila dal dito del tetrarca l'anello di morte e lo porge al primo soldato che subito lo consegna al carnefice.)
Chi ha preso il mio anello?
(Il carnefice scende nella cisterna.)
Avevo un anello nella mia mano destra. Chi ha bevuto il mio vino? C'era del vino nel mio calice. Era pieno di vino. Qualcuno l'ha vuotato.
(sottovoce)
Certo cadrà su qualcuno un malanno.


ERODIADE
Mia figlia ha fatto benissimo!

ERODE
Sono sicuro, verrà un malanno.



Hans Beirer (Erode), Teresa Stratas (Salomè), Astrid Varnay (Erodiade)
dir: Karl Böhm (1974)


Horst Hiestermann (Erode), Catherine Malfitano (Salomè), Leonie Rysaner (Erodiade)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Herwig Pecoraro (Erode), Catherine Naglestad (Salomè), Elisabeth Kulman (Erodiade)
dir: Simone Young (2015)

13 novembre 2017

Salomè (9) - La danza dei sette veli

Scritto da Marisa

A questo punto Oscar Wilde scrive soltanto “Salomè danza la danza dei sette veli” e non fornisce alcuna indicazione su che tipo di danza si tratti e su come occorresse danzare (forse l'attrice veniva sostituita da una ballerina, o forse no, perché in teatro si trattava di una scena piuttosto breve: ricordiamo peraltro che Wilde aveva scritto il dramma pensando a Sarah Bernhardt nel ruolo principale). Strauss ovviamente approfitta di questa scena per dilatarla e farne uno dei fulcri principali e sicuramente il più atteso e suggestivo di tutta l'opera. Il brano, che dura circa dieci minuti, è espressivamente ricchissimo.

L'interpretazione della danza di Salomè come danza di seduzione e fascinazione per infiammare ancor più i sensi dell'uomo e compiacerne la libido, offrendosi come oggetto di piacere per ottenerne dei favori, è la prima e più ovvia, in una millenaria società patriarcale in cui il ruolo della donna, confinata tra le mura domestiche come moglie e madre, trova nel compiacimento della sensualità maschile uno dei mezzi più efficaci per soddisfare scopi o desideri (onesti o perversi che siano) che non possono essere dichiarati e ottenuti alla luce del sole o secondo un diritto che per le donne non esisteva e che ancora oggi forse esiste solo sulla carta.

Ma di questa danza e delle sue motivazioni ci possono essere letture più sottili e interessanti. Non solo il compiacimento della libidine maschile, ma una possibilità di espressione di una parte di sé, in genere repressa e non accettata dalla società borghese e conformista, una vera liberazione della propria natura femminile sensuale e libera! Quella parte che già Carmen aveva rivendicato nel famoso proclama “Io canto per me sola!” e che le femministe, non tutte per la verità, riprenderanno come diritto ad una sessualità non assoggettata ai bisogni dell'uomo, ma alla riscoperta del piacere che alla donna era stato sempre negato. Riappropiarsi del proprio corpo e anche delle sue seduzioni per un esclusivo ritorno di piacere, insomma. Anche se sembra scandaloso e immorale, ammettere di avere piacere di essere guardate e desiderate, senza per questo dover compiacere e cedere all'agito sessuale del maschio, è uno dei “segreti” femminili e delle sue provocazioni.

Salomè può danzare in modo così voluttuoso apparentemente per soddisfare il desiderio di Erode e ottenere dal potente il premio promesso, ma in fondo lo fa anche per sé stessa, perché le piace danzare e farlo in modo voluttuoso, liberando e vivendo tutte le gamme di sensualità che il corpo guidato da una musica dionisiaca le permette. Per sé stessa, quindi, e per il proprio piacere, ma davanti a un maschio che la desidera e che mentre lei si esibisce non la può nemmeno toccare ("guardare e non toccare!"). Nel suo libro “Salomè, il mito, la danza dei sette veli”, Maria Strova sposa decisamente la versione della danza come liberazione ed espressione delle parti più autentiche di sé, e rivendica la possibilità e il diritto per ogni donna di scoprire e danzare la sua danza.

Ma l'interpretazione più profonda riguarda il mistero dei “sette veli”. Perché proprio sette? E qui entriamo nell'affascinante campo della simbologia dei numeri e dei precedenti mitologici che ci portano diritti fino al mondo misterioso delle iniziazioni, in cui il numero sette la fa da padrone incontrastato e da guida...

Nella nostra cultura giudaico-cristiana, il numero sette è legato alla creazione: i sette giorni (compreso quello del riposo) in cui Dio crea tutto l'universo (cielo, terra, luce, buio...), poi il mondo con i suoi regni vegetale e animale, e infine l'uomo, prima bisessuato, poi differenziato in maschio e femmina, posto nel Giardino dell'Eden. La caduta di Adamo porta l'uomo fuori dal “Paradiso” e lo catapulta nel tempo e nella storia, con i suoi conflitti e le tragedie, segnando la nascita della coscienza con inevitabili sensi di colpa. Il numero sette rimane come misura del tempo, non più quello mitico e primordiale della creazione ma il tempo umano, scandito dalle settimane, che si ordinano dal ritmo lunare. La nostalgia e il desiderio di recuperare però la pienezza originaria e la beatitudine dello stato edenico permangono come forte tensione spirituale e guidano tutti i processi di cammino interiore per riaccedere in qualche modo all'unione mistica col divino, da cui l'orgoglioso peccato di Adamo ci ha escluso. Come risalire la scala e recuperare la salvezza? Tutti i percorsi spirituali, che sono veri e propri percorsi iniziatici, tendono a questo, e le prove da superare per accedere alla grazia sono segnate dal numero sette, come a ricreare dentro di sé la creazione allo stato iniziale di purezza e perfezione!

Dante ha magistralmente e per sempre codificato tale percorso nella faticosa ascesa al monte del Purgatorio, il “monte dalle sette balze” appunto, sette come i giorni della creazione e sette come i peccati capitali da cui deve emendarsi prendendone coscienza balza dopo balza... Prendere coscienza dei propri peccati o meglio, della forte tendenza ad essere sopraffatti da essi (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola e lussuria sono i peccati che stanno espiando attraverso le sette cornici le anime purganti) vuol dire “spogliarsi” dall'attaccamento dell'Io a tutto quello che sollecita il suo individualistico potere, piacere o convenienza, liberarsene per accedere al sommo del colle, dove è posto il Paradiso terrestre a cui Dante arriva e dove finalmente ritrova Beatrice, l'anima-guida che lo condurrà ancora più in alto, verso la Luce, “puro e disposto a salire a le stelle”.

Ma l'approfondimento più interessante rispetto ai “sette veli” e il loro significato iniziatico si trova se rileggiamo con attenzione e moderna sensibilità l'antico mito sumerico (terzo millennio a.C.) del viaggio agli inferi di Inanna, la potente dea dell'amore e della fertilità, conosciuta come Ishtar presso i Babilonesi, Iside presso gli Egizi, Afrodite tra i Greci e Venere tra i Romani. Si tratta di un mito molto complesso, centro religioso e sacrale di tutta la civiltà sumerica. In rete si trovano facilmente i riferimenti necessari. Un'analisi approfondita del mito in chiave junghiana è svolta da Sylvia Brinton Perera nel magnifico saggio “La grande Dea. Il viaggio di Inanna, regina dei mondi” (Red Edizioni).

Qui voglio sottolineare la parte centrale del mito, quando Inanna decide di andare nel regno sotterraneo della morte, il regno della sorella Ereshkigal, addolorata per la recente morte del marito. Un viaggio molto pericoloso, da cui in genere non c'è ritorno. Per raggiungere il centro e presentarsi davanti al trono della triste regina degli inferi, Inanna deve attraversare “sette porte”, che corrispondono a sette livelli, e davanti ad ognuno di essi deve togliersi un indumento o un gioiello, fino a restare completamente “nuda”. Non solo: quando Inanna, nuda e china a terra, è davanti alla “sorella infernale”, viene “mutata in cadavere, un pezzo di carne putrescente e appesa ad un chiodo”. Rimane così per tre giorni e tre notti, e solo grazie all'intervento del Padre celeste Enki ottiene la possibilità di tornare in vita, a patto che al suo posto trovi qualcuno disposto a scendere nel regno dei morti. Sarà lo sposo, il pastore e dio della vegetazione Dumuzi (Tammuz in Babilonia) a sacrificarsi per lei, ma per intercessione della sorella Geshtinanna otterrà di trascorrere sei mesi negli inferi e sei mesi fuori, nel mondo dei vivi e della luce. Questo schema, che viene ripreso al femminile dalla vicenda di Persefone (che è costretta a dividersi tra il regno sotterraneo e il mondo superiore), è tipico dei miti che alludono alla vegetazione e alla rinascita della natura in primavera. Ma non solo, perché i miti sono molto di più che semplici allegorie, e dietro il velo del ciclo delle stagioni si stratificano significati più profondi per la psiche che da sempre, attraverso le analogie con la natura, esprime i suoi misteri.

L'impianto iniziatico è evidente. Ma mentre per Dante, che è già stato nel suo “inferno”, l'iniziazione coincide con una “salita” sempre più leggera, la visione diventa sempre più chiara e infine ogni senso di colpa sarà lavato dall'immersione nel fiume Lete (aiutato da Matelda), per Inanna invece, che parte adorna di preziosi gioielli e splendente di gloria (tutti simboli dell'importanza data all'Io e ai ruoli di potere), la prova iniziatica è in discesa e consiste nello “spogliarsi” completamente, velo dopo velo, raggiungere la “nuda verità” attraverso le sette porte fino a guardare in faccia la “sorella interiore”, la controparte sotterranea che nulla concede ai fasti del mondo e alle lusighe dell'amore. Si tratta di fare i conti con sé stessi fino in fondo, morire ad ogni vanità e orgoglio, al narcisismo onnipotente, per poter “risorgere” infine grazie all'aiuto del “Padre” e al parziale sacrificio del rapporto amoroso inteso come felicità sessuale innocente. Il contatto con le profondità dell'inconscio porta con sé un inevitabile momento depressivo (la crisi necessaria per ogni conoscenza della propria parte “oscura”), ma prepara una pienezza di coscienza più “umana” e matura, coscienza che include anche il male e la consapevolezza della propria ombra. I riferimenti alla passione e morte del Cristo (che in fondo è l'ultimo degli dèi giovani che muoiono e rinascono) sono evidenti...

La danza dei sette veli può essere quindi non solo seduzione, offerta alla libidine e al desiderio maschile, o voluttuoso compiacimento del proprio corpo in movimento e piacere di una libertà dionisiaca e orgiastica, ma diventare un vero e proprio rito iniziatico di “svelamento” di sé stessi fino al riconoscimento di quella “nuda” verità che è la premessa per ogni ulteriore riscoperta di un Sé più completo. Vedremo però che per Salomè l'iniziazione si capovolge in un agito perverso, e non ci sarà “rinascita” ma solo l'abisso della perdita nel tentativo fusionale con l'altro da sé...

La polifonia di modi d'essere si fonde in un magma musicale che non conosce soste, mancando ovviamente in Salome ogni forma di stroficità chiusa. L’unica eccezione, l'unico brano cioè "chiuso", formalmente autonomo e dunque estrapolabile dal contesto, è la celebre, seducente danza orchestrale dei sette veli, l'ultima pagina che Strauss compose prima di licenziare alle stampe la partitura.
(Dizionario dell'Opera, ed. Baldini & Castoldi)
Per la «danza dei sette veli» i musicanti attaccano le sincopi primitive d'una danza esotica eseguita da strumenti stridenti e strepitosi, ma Salome li contiene col gesto imperativo, accompagnato dal motivo «voglio la testa di Jochanaan»; dopo di che «il ritmo furioso tosto si placa e dà luogo ad una melodia soavemente cullante». Con questa fantasia sinfonica è creato un nuovo tipo di movimento: non danza da balletto, ma danza d'espressione; non esibizionismo erotico, ma pittura del più intimo di una anima. È un poema danzato, nel quale tutto si svolge intorno ad un unico avvenimento, nel quale tutto e riferito ad un conflitto drammatico. [E tuttavia, venticinque anni dopo, Strauss esigeva che nell'eseguire la danza, Salome si movesse entro uno spazio ristretto e in pose ieratiche, le quali sono in curiosa posizione antitetica alla sua musica dionisiaca.]
(Otto Erhardt)



Teresa Stratas (Salomè)
dir: Karl Böhm (1974)


Catherine Malfitano (Salomè)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Catherine Naglestad (Salomè)
dir: Simone Young (2015)


Erika Sunnegårdh (Salomè)
dir: Nicola Luisotti (2010)


dir: Erich Leinsdorf (1968)

dir: Herbert von Karajan (1977)

9 novembre 2017

Salomè (8) - La promessa

Scritto da Marisa

Forse stanco e infastidito dalla lunga e polemica discussione degli ebrei, allenati da sempre a questi battibecchi teologici, Erode torna a rivolgere la sua attenzione su Salomè e, dimentico dei rifiuti precedenti, avanza un'altra richiesta: “Danza per me!” (“Tanz für mich, Salome!”).

Inizialmente la fanciulla rifiuta (“Di danzare, tetrarca, non ho nessuna voglia”), sostenuta dalla madre che vede nell'indifferenza della figlia e nella sua capacità di disobbedienza al potente marito una propria vittoria, ma tutto cambia quando il tetrarca fa una promessa: “Salome, danza per me, ti prego. Stasera sono triste, perciò danza, Salome, danza per me! Se lo farai, puoi chiedermi tutto quello che vuoi. E io te lo darò”. Lei intravede subito la possibilità di realizzare il suo folle desiderio e non se ne lascia sfuggire l'occasione. Come aveva manipolato l'ascendente su Narraboth innamorato, allo scopo di vedere l'uomo che dalla cisterna parlava con una voce così sconvolgente, così non ha alcun tentennamento nell'usare l'infatuazione di Erode e il suo potere. Per essere sicura di raggiungere il proprio intento lo vincola ad un giuramento, che il tetrarca incautamente accetta, come fosse un gioco e un capriccio da bambina, anche se è disposto a dare molto (“Fosse anche la metà del mio regno. Una regina sarai, bella indicibilmente”), tanta è la libidine attivata. E la vera regina, la madre, non può ormai farci nulla! Il suo “Non permetto che danzi!” rimane completamente inascoltato da tutti e due, il marito e la figlia.

Il tema della promessa incauta da parte di un genitore o di un potente è presente in tutte le tradizioni e in tante versioni, tanto che si può parlare di un tema quasi archetipico. La versione più nota è quella che troviamo nel mito di Fetonte, ampiamente descritto da Ovidio. Il giovane Fetonte, per dimostrare agli amici che lo prendevano in giro di essere veramente il figlio di Apollo, il dio solare che ogni giorno conduce per le vie del cielo il carro del Sole, strappa al padre una promessa senza prima svelarne il contenuto. Solo quando il giuramento lo vincola alla parola data (anche gli dèi non possono violare i giuramenti, se fatti prendendo lo Stige a testimone!), il giovane avanza la pretesa di guidare lui stesso il potente carro: e nonostante i ripetuti tentativi del padre di stornare tale pericolosa richiesta offrendo altre cose, ottiene quello che aveva chiesto. Sappiamo tutti che l'inesperienza lo porterà a perdere il controllo dei focosi cavalli; e per evitare che la terra fosse completamente distrutta dagli incendi (se il sole è troppo vicino) o dal gelo (se troppo lontano), Zeus stesso deve intervenire fulminando il giovane, che cade sfracellandosi al suolo (secondo Ovidio nel fiume Eridano, ovvero il Po!). La catastrofe è quindi vicina quando si fanno promesse alla cieca!
L'imprudenza non è solo dei giovani, ma anche e forse soprattutto degli adulti (genitori o potenti) che, per non saper dire dei no ragionevoli, finiscono col provocare la caduta dei figli. E che dire della tragica conseguenza della promessa al re Mida, di trasformare tutto quello che tocca in oro, che Dioniso esaudisce?

Nel folklore e nelle fiabe, il tema della promessa incauta che prepara la catastrofe è molto sfruttato. In genere si tratta di persone avide, spesso mugnai, che per arricchirsi promettono ad un ignoto visitatore (il diavolo travestito da viandante) la prima cosa vivente che, tornando a casa, incontrano davanti alla porta. Va da sé che si tratta della figlia, il che significa vendere l'anima al diavolo pur di arricchirsi. Quanto la mitologia e le favole potrebbero ancora insegnare!

Erode, del tutto ignaro di che tipo di richiesta gli farà Salomè, giura “sul capo mio, sulla corona, sui miei dèi. O Salome, Salome, danza per me!”. Un simile giuramento è solenne e vincolante. Ma immediatamente dopo averlo fatto, gli torna lo strano presentimento, un brivido freddo, quell'ala di morte che il tetrarca non capisce e che non vuol ascoltare: “Ah! - Qui fa freddo. Soffia un gelido vento e odo... perché odo nell'aria questo sibilo d'ali? Ah! Ma non volteggia dunque sulla terrazza un nero uccello mostruoso? Quest'uccello, perché non riesco a vederlo? Ed è un sibilo orrendo. Tira un vento sferzante. Ma no, non è freddo, è vento caldo. Versatemi acqua sulle mani, voglio mangiare neve, toglietemi il mantello. Via, via, toglietemi il mantello! No invece! Lasciatelo! Mi opprime la ghirlanda. Sono rose di fuoco”.

Ma ormai il giuramento è fatto e la macchina infernale è messa in moto.

Clicca qui per il testo.

HERODES
Tanz für mich, Salome.

HERODIAS
(heftig)
Ich will nicht haben, daß sie tanzt.

SALOME
(ruhig)
Ich habe keine Lust, zu tanzen, Tetrarch.

HERODES
Salome, Tochter der Herodias, tanz für mich!

SALOME
Ich will nicht tanzen, Tetrarch.

HERODIAS
Du siehst, wie sie dir gehorcht.

DIE STIMME DES JOCHANAAN
Er wird auf seinem Throne sitzen, er wird gekleidet sein in Scharlach und Purpur. Und der Engel des Herrn wird ihn darniederschlagen. Er wird von den Würmern gefressen werden.

HERODES
Salome, Salome, tanz für mich, ich bitte dich. Ich bin traurig heute nacht, drum tanz für mich. Salome, tanz für mich! Wenn du für mich tanzest, kannst du von mir begehren, was du willst. Ich werde es dir geben.

SALOME
(aufstehend)
Willst du mir wirklich alles geben, was ich von dir begehre, Tetrarch?

HERODIAS
Tanze nicht, meine Tochter!

HERODES
Alles, was du von mir begehren wirst, und war's die Hälfte meines Königreichs.

SALOME
Du schwörst es, Tetrarch?

HERODES
Ich schwör' es, Salome.

SALOME
Wobei willst du das beschwören, Tetrarch?

HERODES
Bei meinem Leben, bei meiner Krone, bei meinen Göttern. O Salome, Salome, tanz für mich!

HERODIAS
Tanze nicht, meine Tochter!

SALOME
Du hast einen Eid geschworen, Tetrarch.

HERODES
Ich habe einen Eid geschworen!

HERODIAS
Meine Tochter, tanze nicht!

HERODES
Und war's die Hälfte meines Königreichs. Du wirst schön sein als Königin, unermeßlich schön.
(Erschauernd)
Ah! - es ist kalt hier. Es weht ein eis'gerWind und ich höre... Warum höre ich in der Luft dieses Rauschen von Flügeln? Ah! Es ist doch so, als ob ein ungeheurer, schwarzer Vogel über der Terrasse schwebte? Warum kann ich ihn nicht sehn, diesen Vogel? Dieses Rauschen ist schrecklich... Es ist ein schneidender Wind. Aber nein, er ist nicht kalt, er ist heiß. Gießt mir Wasser über die Hände, gebt mir Schnee zu essen, macht mir den Mantel los. Schnell, schnell, macht mir den Mantel los! Doch nein! Laßt ihn! Dieser Kranz drückt mich. Diese Rosen sind wie Feuer.
(Er reißt sich das Kranzgewinde ab und wirft es auf den Tisch.)
Ah! Jetzt kann ich atmen. Jetzt bin ich glücklich.
(Matt)
Willst du für mich tanzen, Salome?

HERODIAS
Ich will nicht haben, daß sie tanze!

SALOME
Ich will für dich tanzen.

(Sklavinnen bringen Salben und die sieben Schleier und nehmen Salome die Sandalen ab.)

DIE STIMME DES JOCHANAAN
Wer ist Der, der von Edom kommt, wer ist Der, der von Bosra kommt, dessen Kleid mit Purpur gefärbt ist, der in der Schönheit seiner Gewänder leuchtet, der mächtig in seiner Größe wandelt, warum ist dein Kleid mit Scharlach gefleckt?

HERODIAS
Wir wollen hineingehn. Die Stimme dieses Menschen macht mich wahnsinnig.
(Immer heftiger)
Ich will nicht haben, daß meine Tochter tanzt, während er immer dazwischenschreit. Ich will nicht haben, daß sie tanzt, während du sie aufsolche Art ansiehst. Mit einem Wort: ich will nicht haben, daß sie tanzt.

HERODES
Steh nicht auf, mein Weib, meine Königin. Es wird dir nichts helfen, ich gehe nicht hinein, bevor sie getanzt hat. Tanze, Salome, tanz für mich!

HERODIAS
Tanze nicht, meine Tochter!

SALOME
Ich bin bereit, Tetrarch.
ERODE
Salome, danza per me.

ERODIADE
(violenta)
Non permetto che danzi.

SALOME
(tranquilla)
Di danzare, tetrarca, non ho nessuna voglia.

ERODE
Salome, figlia di Erodiade, danza per me!

SALOME
Non danzerò, tetrarca.

ERODIADE
Lo vedi, come t'obbedisce.

LA VOCE DI JOCHANAAN
Egli sarà seduto in trono, avvolto in manto di porpora e cinabro, l'angelo del Signore lo scaglierà giù a terra. Ed egli sarà il pasto dei vermi.


ERODE
Salome, Salome, danza per me, ti prego. Stasera sono triste, perciò danza, Salome, danza per me! Se lo farai, puoi chiedermi tutto quello che vuoi. E io te lo darò.


SALOME
(alzandosi)
Tetrarca, davvero tu vuoi darmi tutto quello che chiedo?

ERODIADE
Non danzare, figlia!

ERODE
Tutto quello che vorrai, fosse anche la metà del mio regno.

SALOME
Tu lo giuri, tetrarca?

ERODE
Salome, sì lo giuro.

SALOME
Su che giuri, tetrarca?

ERODE
Sul capo mio, sulla corona, sui miei dèi. O Salome, Salome, danza per me!

ERODIADE
Non danzare, figlia!

SALOME
Hai fatto un giuramento, tetrarca.

ERODE
Ho fatto un giuramento!

ERODIADE
Figlia, non danzare!

ERODE
E fosse anche la metà del mio regno. Una regina sarai, bella, bella indicibilmente.
(rabbrividisce)

Ah! - Qui fa freddo. Soffia un gelido vento e odo... perché odo nell'aria questo sibilo d'ali? Ah! Ma non volteggia dunque sulla terrazza un nero uccello mostruoso? Quest'uccello, perché non riesco a vederlo? Ed è un sibilo orrendo. Tira un vento sferzante. Ma no, non è freddo, è vento caldo. Versatemi acqua sulle mani, voglio mangiare neve, toglietemi il mantello. Via, via, toglietemi il mantello! No invece! Lasciatelo! Mi opprime la ghirlanda. Sono rose di fuoco.
(Si strappa la corona di fiori e la getta sulla tavola.)

Ah! Ora respiro. Ora son felice.
(languido)
Salome, vuoi danzare per me?

ERODIADE
Non permetto che danzi!

SALOME
Sì, danzerò per te.

(Le schiave recano unguenti e i sette veli, e tolgono i sandali a Salome.)

LA VOCE DI JOCHANAAN
Chi è Colui che giunge da Edom, chi è Colui che giunge da Bosra, avvolto in vesti di porpora. Colui che splende nel fulgore del manto, che avanza fiero del suo potere, perché il tuo manto ha spruzzi di scarlatto?

ERODIADE
Rientriamo, è meglio. La voce di costui mi rende pazza.
(con impeto sempre maggiore)
Io non permetto che mia figlia danzi mentre costui continuamente urla. Non permetto che danzi mentre tanto la fissi. In breve: non permetto che danzi.


ERODE
Non alzarti, mia sposa, mia regina. Non serve a nulla, non intendo rientrare s'ella non ha danzato. Danza, Salome, danza per me!

ERODIADE
Non danzare, figlia!

SALOME
Sono pronta, tetrarca.




Hans Beirer (Erode), Astrid Varnay (Erodiade), Teresa Stratas (Salomè)
dir: Karl Böhm (1974)


Horst Hiestermann (Erode), Leonie Rysaner (Erodiade), Catherine Malfitano (Salomè)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Herwig Pecoraro (Erode), Elisabeth Kulman (Erodiade), Catherine Naglestad (Salomè)
dir: Simone Young (2015)

6 novembre 2017

Salomè (7) - Quadretto politico-socio-teologico

Scritto da Marisa

La scena famigliare, con tutti i suoi connotati incestuosi, viene interrotta dalla voce di Jochanaan, che dalla cisterna ricomincia a profetare: “Guarda, è venuto il tempo, è giunto il giorno di cui parlavo”. Da qui inizia un lungo dibattito sulla figura del profeta che coinvolge le diverse fazioni degli ebrei e il tetrarca stesso, dibattito molto interessante perché ci proietta nel vivo delle infinite polemiche e dei cavilli teologici che hanno invischiato il popolo giudaico (diatribe interne che hanno favorito l'intervento dei romani già dall'epoca di Antonio e poi reso possibile il dominio dell'impero di Roma fino alla distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, come risulta evidente dall'opera di Flavio Giuseppe, lo storico ebreo che ne descrive tutte le fasi nella sua “Guerra giudaica”).

Ogni questione religiosa in un contesto incandescente finisce per diventare anche politica, soprattutto se riguarda un ipotetico Messia, e naturalmente viene coinvolto anche chi lo annuncia. Il giorno di cui parla il profeta è appunto quello dell'arrivo del Messia (“Guarda, è prossimo il giorno, il giorno del Signore, odo sui monti i passi di Colui che sarà il redentore del mondo”). Sappiamo che proprio sul significato di “redentore del mondo” si è giocato il destino umano di Gesù, perché chi lo voleva eliminare, la classe sacerdotale dominante, lo ha consegnato al proconsole romano Pilato esigendone la condanna a morte solo in virtù di una presunta pretesa alla liberazione dal dominio romano e con l'accusa di non riconoscere in Cesare l'autorità somma e regale anche su Israele. E qui si discute sull'identità del precursore, su chi ha l'autorità per annunciare l'arrivo del Messia e autenticarne la veridicità. Sappiamo, sempre da Flavio Giuseppe, che in quel periodo erano emerse varie figure che si autoproclamavano il Messia. E ogni setta (soprattutto tra gli Zeloti) aveva il suo candidato, tanto era l'inquietudine sociale, il fermento politico-religioso e il bisogno di una figura carismatica che potesse incarnare le attese messianiche del popolo. Se Jochanaan è veramente Elia redivivo, allora anche colui di cui parla è l'autentico Messia. L'autorevolezza del garante, che parla ispirato da Dio stesso, testimonia la veridicità del prescelto.

Le continue dispute teologighe, con reciproche accuse di “eresia”, sono proprie delle religioni monoteistiche e non senza motivazione. Non potendo più usare la tolleranza del politeismo, che accettando molti dèi automaticamente poteva accettare tutte le varie facce del divino e le sue molteplici manifestazioni, il monoteismo è costretto continuamente a precisarne e delimitarne gli attributi e quindi a cercare di eliminare ed estromettere qualsiasi elemento che non corrisponda a quell'unico modello imposto, difendendolo accanitamente anche con la violenza estrema.

Particolarmente interessante nel dibattito a cui assistiamo nell'opera è la questione se Dio possa manifestarsi in forma visibile agli uomini. Perché aver relegato il divino in un unico essere, da un lato continuamente ed attivamente presente nella storia del popolo eletto di cui è geloso, dall'altra imprescrutabile e lontanissimo tanto da proibirne qualsiasi raffigurazione simbolica, lo rende sempre più lontano e “capricciosamente” ambiguo. Il Cristianesimo, facendolo incarnare nel figlio Gesù, riduce la distanza ma pone nuovi problemi teologici (le due nature, per esempio) che hanno alimentato numerose eresie. Nelle religioni politeistiche gli dèi possono, senza alcuno scandalo, girare tra gli uomini e manifestarsi, anche se con le dovute precauzioni perché la distanza tra divino e umano rimane netta e gli uomini non potrebbero reggere il loro splendore (vedi Semele...), e proprio questo rapporto continuo garantisce la sacralità di tutta la natura (Pan, le ninfe...) e la devozione degli uomini.

All'ebreo che dice: ”In nessun tempo Dio si nasconde. Egli si mostra sempre e in ogni luogo. Dio è nel male quanto nel bene“, ammettendo persino che anche il male non può essere diviso da Dio, un altro risponde: “Non dovresti dirlo, è una dottrina pericolosa di Alessandria. E i Greci sono pagani”. In queste brevi battute c'è tutta la distanza tra il monoteismo e il politeismo, che include nel divino ogni possibilità e ogni aspetto, anche quel male che, separato da Dio, ritorna più potente che mai come diabolico tentatore.

Anche Erode interviene nel dibattito per ribadire il suo rifiuto alla richiesta degli ebrei che vorrebbero che il prigioniero fosse consegnato a loro, per provocare la disputa sulle voci che vedrebbero in Jochanaan Elia stesso e poi per una bizzarra presa di potere: vorrebbe proibire al presunto Messia di compiere il miracolo di resuscitare i morti (“Gli proibisco di farlo. Sarebbe tremendo se i morti ritornassero!”).

La posizione di Erode è emblematica per far luce su certi aspetti della figura dei potenti: la scaramanzia e una falsa percezione del loro reale potere. Egli ha un'oscura paura di Jochanaan e delle sue invettive profetiche, e non sa bene cosa farne. Lo ha fatto imprigionare perché si permetteva di gridare a tutti i venti ingiurie contro di lui e la moglie, ma non osa farlo morire per non incorrere in qualche oscura vendetta divina o della folla stessa che venera quell'uomo inquietante. Dopo tutto, che ne sappiamo veramente se le maledizioni colgano nel segno e si avverino? Il rapporto dei potenti con la sfera del soprannaturale è sempre stato molto forte e spesso ambivalente, fino ad identificarsi loro stessi in qualche Dio e pretendere un culto divino (il Faraone, Alessandro, Eliogabalo...). Nell'antichità (lo sappiamo soprattutto da Erodoto) tutti i re, generali, uomini politici importanti o capipopolo improvvisati, prima delle loro imprese mandavano emissari in ogni possibile sede oracolare, soprattutto a Delfi, per carpire un responso che legittimasse la loro scelta e per scrutare il favore degli dèi. Quanto all'interpretazione degli oracoli, poi, è tutta un'altra questione... In ogni modo la fede o la superstizione erano (e lo sono ancora) molto intrecciate e confuse tra di loro. Erode non fa eccezione e vorrebbe risparmiare Jochanaan dalla morte solo per paura, cosa che in fondo lo rende più umano di tanti tiranni, antichi e moderni, perché conservare una qualche forma di “timor di Dio” è pur sempre un antidoto all'onnipotenza distruttiva di altri che hanno perso anche questo residuo di consapevolezza che si è comunque soggetti a qualcosa di più grande di ognuno e quindi non hanno più argini alla loro scelleratezza. Fa sorridere invece la pretesa, in realtà molto infantile, di voler impedire un miracolo (vero o falso che sia) con un comando assurdo. Forse una compensazione per un tiranno che in realtà ha poco potere, visto che tutta la Giudea è sotto il governatorato romano e lui ne è il re solo di facciata!

I personaggi cantano in monologhi o in dialoghi; soltanto nel quintetto degli Ebrei si ha un insieme vocale che con la sua fattura particolarmente severa giunge ad interrompere l'azione. In uno «scherzo burlesco» i cinque Ebrei impiantano una disputa sulla propria religione, dapprima alternandosi, poi assordandosi reciprocamente in un fugato di grottesca esagerazione, con una verbosità di meschina presunzione e di fanatica prepotenza.
(Otto Erhardt)

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DIE STIMME DES JOCHANAAN
Siehe, die Zeit ist gekommen, der Tag, von dem ich sprach, ist da.

HERODIAS
Heiß' ihn schweigen! Dieser Mensch beschimpft mich!

HERODES
Er hat nichts gegen dich gesagt. Überdies ist er ein sehr großer Prophet.

HERODIAS
Ich glaube nicht an Propheten. Aber du, du hast Angst vor ihm!

HERODES
Ich habe vor niemandem Angst.

HERODIAS
Ich sage dir, du hast Angst vor ihm. Warum lieferst du ihn nicht den Juden aus, die seit Monaten nach ihm schreien?

ERSTER JUDE
Wahrhaftig, Herr, es wäre besser, ihn in unsre Hände zu geben!

HERODES
Genug davon! Ich werde ihn nicht in eure Hände geben. Er ist ein heil'ger Mann. Er ist ein Mann, der Gott geschaut hat.

ERSTER JUDE
Das kann nicht sein. Seit dem Propheten Elias hat niemand Gott gesehn. Er war der letzte, der Gott von Angesicht geschaut. In unsren Tagen zeigt sich Gott nicht. Gott verbirgt sich. Darum ist großes Übel über das Land gekommen, großes Übel.

ZWEITER JUDE
In Wahrheit weiß niemand, ob Elias in der Tat Gott gesehen hat. Möglicherweise war es nur der Schatten Gottes, was er sah.

DRITTER JUDE
Gott ist zu keiner Zeit verborgen. Er zeigt sich zu allen Zeiten und an allen Orten. Gott ist im Schlimmen ebenso wie im Guten.

VIERTER JUDE
Du solltest das nicht sagen, es ist eine sehr gefährliche Lehre aus Alexandria. Und die Griechen sind Heiden.

FÜNFTER JUDE
Niemand kann sagen, wie Gott wirkt. Seine Wege sind sehr dunkel. Wir können nur unser Haupt unter seinen Willen beugen, denn Gott ist sehr stark.

ERSTER JUDE
Du sagst die Wahrheit. Fürwahr, Gott ist furchtbar. Aber was diesen Menschen angeht, der hat Gott nie gesehn. Seit dem Propheten Elias hat niemand Gott gesehn. Er war der letzte, der Gott von Angesicht zu Angesicht geschaut. In unsren Tagen zeigt sich Gott nicht. Gott verbirgt sich. Darum ist großes Übel über das Land gekommen. Er war der letzte usw.

ZWEITER JUDE
In Wahrheit weiß niemand, ob Elias in der Tat Gott gesehen hat. Möglicherweise war es nur der Schatten Gottes, was er sah. In Wahrheit weiß niemand, ob Elias auch wirklich Gott gesehen hat. Gott ist furchtbar, er bricht den Starken in Stücke, den Starken wie den Schwachen, denn jeder gilt ihm gleich. Möglichenveise usw.

DRITTER JUDE
Gott ist zu keiner Zeit verborgen. Er zeigt sich zu allen Zeiten. Er zeigt sich an allen Orten. Gott ist im Schlimmen ebenso wie im Guten. Gott ist zu keiner Zeit verborgen. Gott zeigt sich zu allen Zeiten und an allen Orten. Gott ist im Guten ebenso wie im Bösen...

VIERTER JUDE
(zum dritten)
Du solltest das nicht sagen, es ist eine sehr gefährliche Lehre aus Alexandria. Und die Griechen sind Heiden. Sie sind nicht einmal beschnitten. Niemand kann sagen, wie Gott wirkt, denn Gott ist sehr stark. Er bricht den Starken wie den Schwachen in Stücke. Gott ist stark.

FÜNFTER JUDE
Niemand kann sagen, wie Gott wirkt. Seine Wege sind sehr dunkel. Es kann sein, daß die Dinge, die wir gut nennen, sehr schlimm sind, und die Dinge, die wir schlimm nennen, sehr gut sind. Wir wissen von nichts etwas...

HERODIAS
(zu Herodes, heftig)
Heiß' sie schweigen, sie langweilen mich.

HERODES
Doch hab' ich davon sprechen hören, Jochanaan sei in Wahrheit euer Prophet Elias.

ERSTER JUDE
Das kann nicht sein. Seit den Tagen des Propheten Elias sind mehr als dreihundert Jahre vergangen.

ERSTER NAZARENER
Mir ist sicher, daß er der Prophet Elias ist.

ERSTER JUDE
Das kann nicht sein. Seit den Tagen des Propheten Elias sind mehr als dreihundert Jahre vergangen...

ZWEITER, DRITTER, VIERTER UND FÜNFTER JUDE
Keineswegs, er ist nicht der Prophet Elias.

HERODIAS
Heiß' sie schweigen!

DIE STIMME DES JOCHANAAN
Siehe, der Tag ist nahe, der Tag des Herrn, und ich höre auf den Bergen die Schritte Dessen, der sein wird der Erlöser der Welt.

HERODES
Was soll das heißen, der Erlöser der Welt?

ERSTER NAZARENER
(emphatisch)
Der Messias ist gekommen.

ERSTER JUDE
(schreiend)
Der Messias ist nicht gekommen.

ERSTER NAZARENER
Er ist gekommen, und allenthalben tut er Wunder. Bei einer Hochzeit in Galiläa hat er Wasser in Wein verwandelt. Er heilte zwei Aussätzige von Capernaum.

ZWEITER NAZARENER
Durch bloßes Berühren!

ERSTER NAZARENER
Er hat auch Blinde geheilt. Man hat ihn auf einem Berge im Gespräch mit Engeln gesehn!

HERODIAS
Oho! Ich glaube nicht an Wunder, ich habe ihrer zu viele gesehn!

ERSTER NAZARENER
Die Tochter des Jairus hat er von den Toten erweckt.

HERODES
(erscheckt)
Wie, er erweckt die Toten?

ERSTER UND ZWEITER NAZARENER
Jawohl. Er erweckt die Toten.

HERODES
Ich verbiete ihm, das zu tun. Es wäre schrecklich, wenn die Toten wiederkämen! Wo ist der Mann zur Zeit?

ERSTER NAZARENER
Herr, er ist überall, aber es ist schwer, ihn zu finden.

HERODES
Der Mann muß gefunden werden.

ZWEITER NAZARENER
Es heißt, in Samaria weile er jetzt.

ERSTER NAZARENER
Vor ein paar Tagen verließ er Samaria, ich glaube, im Augenblick ist er in der Nähe von Jerusalem.

HERODES
So hört: Ich verbiete ihm, die Toten zu erwecken! Es müßte schrecklich sein, wenn die Toten wiederkämen!

DIE STIMME DES JOCHANAAN
O über dieses geile Weib, die Tochter Babylons. So spricht der Herr, unser Gott: Eine Menge Menschen wird sich gegen sie sammeln, und sie werden Steine nehmen und sie steinigen!

HERODIAS
(wütend)
Befiehl ihm, er soll schweigen! Wahrhaftig, es ist schändlich!

DIE STIMME DES JOCHANAAN
Die Kriegshauptleute werden sie mit ihren Schwertern durchbohren, sie werden sie mit ihren Schilden zermalmen!

HERODIAS
Er soll schweigen!

DIE STIMME DES JOCHANAAN
Est ist so, daß ich alle Verruchtheit austilgen werde, daß ich alle Weiber lehren werde, nicht auf den Wegen ihrer Greuel zu wandeln!

HERODIAS
Du hörst, was er gegen mich sagt, du duldest es, daß er die schmähe, die dein Weib ist.

HERODES
Er hat deinen Namen nicht genannt.

DIE STIMME DES JOCHANAAN
(sehr feierlich)
Es kommt ein Tag, da wird die Sonne finster werden wie ein schwarzes Tuch. Und der Mond wird werden wie Blut, und die Sterne des Himmels werden zur Erde fallen wie unreife Feigen vom Feigenbaum. Es kommt ein Tag, wo die Kön'ge der Erde erzittern.

HERODIAS
Ha, ha! Dieser Prophet schwatzt wie ein Betrunkener... Aber ich kann den Klang seiner Stimme nicht ertragen, ich hasse seine Stimme. Befiehl ihm, er soll schweigen.
LA VOCE DI JOCHANAAN
Guarda, è venuto il tempo, è giunto il giorno di cui parlavo.

ERODIADE
Fallo tacere! Quest'uomo mi ingiuria!


ERODE
Contro te nulla ha detto. Inoltre, è un profeta grandissimo.

ERODIADE
Non credo ai profeti. Ma tu, tu hai paura di lui!


ERODE
Io non ho paura di nessuno.

ERODIADE
Te lo dico io, hai paura di lui. Perché non lo consegni agli Ebrei, che da mesi strillano per averlo?


PRIMO EBREO
Davvero, Sire, sarebbe meglio affidarlo a noi!


ERODE
Basta così! Non ve lo affido. Quello è un sant'uomo. È un uomo che ha visto Dio.


PRIMO EBREO
No, non può essere. Dopo il profeta Elia nessuno ha visto Dio. Elia fu l'ultimo che ha guardato Dio in faccia. Nei nostri tempi Dio non si mostra. Dio si nasconde. Perciò gran male è venuto sul paese, gran male.

SECONDO EBREO
A dire il vero, non sa nessuno se Elia ha visto Dio realmente. Caso mai, era l'ombra di Dio quella che vide.

TERZO EBREO
In nessun tempo Dio si nasconde. Egli si mostra sempre e in ogni luogo. Dio è nel male quanto nel bene.

QUARTO EBREO
Non dovresti dirlo, è una dottrina pericolosa di Alessandria. E i Greci sono pagani.


QUINTO EBREO
Nessuno può dire come opera Dio. Le sue vie sono oscure. Noi possiamo solo piegare il capo ai suoi comandi, perché Dio è fortissimo.

PRIMO EBREO
Tu dici bene. Davvero, Dio è terribile. Quanto a costui, non ha mai visto Dio. Dopo il profeta Elia nessuno ha visto Dio. Elia fu l'ultimo che ha guardato Dio faccia a faccia. Nei nostri tempi Dio non sì mostra. Dio si nasconde. Perciò gran male è venuto sul paese. Elia fu l'ultimo, ecc.



SECONDO EBREO
A dire il vero, non sa nessuno se Elia ha visto Dio realmente. Caso mai, era l'ombra di Dio quella che vide. A dire il vero, non sa nessuno se anche Elia ha visto Dìo realmente. Dio è terribile e i forti annienta, i forti come i deboli, perché per lui tutti valgono uguale. Caso mai, ecc.


TERZO EBREO
In nessun tempo Dio si nasconde. Egli si mostra sempre. Egli si mostra in ogni luogo. Dio è nel male quanto nel bene. In nessun tempo Dio si nasconde. Dio si mostra sempre e in ogni luogo. Dio è in ciò che è buono e in ciò che è cattivo...


QUARTO EBREO
(rivolto al terzo)
Non dovresti dirlo, è una dottrina pericolosa di Alessandria. E i Greci sono pagani. Non sono nemmeno circoncisi. Nessuno può dire come opera Dio, perché Dio è fortissimo. Egli annienta i forti come i deboli. Dio è forte.


QUINTO EBREO
Nessuno può dire come opera Dio. Le sue vie sono oscure. Può essere che le cose che diciamo buone siano pessime, e le cose che diciamo cattive siano perfette. Di nulla sappiamo alcunché...


ERODIADE
(a Erode, infurìata)
Falli tacere, mi tediano.

ERODE
Ma io ho sentito dire che Jochanaan sia veramente il vostro profeta Elia.

PRIMO EBREO
No, non può essere. Dai tempi del profeta Elia sono passati più di trecento anni.

PRIMO NAZARENO
Per me è certo che egli è il profeta Elia.

PRIMO EBREO
No, non può essere. Dai tempi del profeta Elia sono passati più di trecento anni.

SECONDO, TERZO, QUARTO E QUINTO EBREO
Sicuramente no, non è il profeta Elia.

ERODIADE
Falli tacere!

LA VOCE DI JOCHANAAN
Guarda, è prossimo il giorno, il giorno del Signore, odo sui monti i passi di Colui che sarà il redentore del mondo.

ERODE
E che vuol dire, redentore del mondo?

PRIMO NAZARENO
(con solennità)
Il Messia è giunto.

PRIMO EBREO
(strillando)
Il Messia non è giunto.

PRIMO NAZARENO
È giunto, e in ogni luogo fa miracoli. In una festa di nozze in Galilea ha mutato l'acqua in vino. Ha sanato due lebbrosi a Cafàrnao.


SECONDO NAZARENO
Li ha toccati soltanto!

PRIMO NAZARENO
Ha sanato anche i ciechi. L'hanno visto sui monti a colloquio con gli angeli!

ERODIADE
Oh! Non credo nei miracoli, ne ho visti troppi!


PRIMO NAZARENO
La figlia di Giairo egli l'ha destata dalla morte.


ERODE
(sgomento)
Che? Desta i morti?

PRIMO E SECONDO NAZARENO
Davvero. Desta i morti.

ERODE
Gli proibisco di farlo. Sarebbe tremendo se i morti ritornassero! Quell'uomo dov'è adesso?


PRIMO NAZARENO
È dappertutto, o re, ma trovarlo è difficile.


ERODE
Bisogna trovare quell'uomo.

SECONDO NAZARENO
Si dice che ora si trovi in Samaria.

PRIMO NAZARENO
Da un paio di giorni ha lasciato la Samaria, credo che al momento egli sia nei pressi di Gerusalemme.

ERODE
Udite dunque: gli proibisco di destare i morti! Sarebbe tremendo se i morti ritornassero!


LA VOCE DI JOCHANAAN
Maledetta l'infame, figlia di Babilonia. Così parla il Signore, Dio nostro: contro colei si uniranno uomini in massa e prenderanno pietre per lapidarla!


ERODIADE
(furente)
Ordina ch'egli taccia! È uno scandalo, insomma!


LA VOCE DI JOCHANAAN
I capi degli eserciti la trafiggeranno con le spade e con gli scudi la schiaccieranno!


ERODIADE
Che taccia!

LA VOCE DI JOCHANAAN
È così che ogni empietà saprò estirpare e che alle donne saprò insegnare a non procedere sulla via delle sue colpe!

ERODIADE
Senti che dice contro me, tu sopporti ch'egli offenda la tua sposa.

ERODE
Non ha fatto il tuo nome.

LA VOCE DI JOCHANAAN
(molto solenne)
Ecco che viene il giorno in cui il sole si farà oscuro come un nero lenzuolo. Sangue sarà la luna e le stelle sulla terra cadranno come dai rami i fichi ancora acerbi. Ecco che viene il giorno in cui trepideranno i re del mondo.

ERODIADE
Ah, ah! Il profeta vaneggia come un ebbro... Ma non sopporto il suono della sua voce, è una voce che odio. Ordina ch'egli taccia.




Hans Beirer (Erode), Astrid Varnay (Erodiade), Bernd Weikl (Jochanaan)
dir: Karl Böhm (1974)


Horst Hiestermann (Erode), Leonie Rysaner (Erodiade), Simon Estes (Jochanaan)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Herwig Pecoraro (Erode), Elisabeth Kulman (Erodiade), Tomasz Konieczny (Jochanaan)
dir: Simone Young (2015)

2 novembre 2017

Salomè (6) - Quadretto famigliare

Scritto da Marisa

Entra in scena Erode il tetrarca, in cerca di Salomè che non ha obbedito al suo comando di rientrare nella sala del banchetto, seguito da Erodiade che inutilmente lo richiama facendogli notare l'eccessiva insistenza del suo sguardo sulla figlia. Ma come abbiamo visto nelle scene precedenti, nessuno ascolta nessuno e soprattutto la voce del buonsenso rimane completamente ignorata da chi è in preda di un'ossessione erotica. È appena un ronzio che si ignora, un fastidioso rumore di fondo che non riuscirà a fermare la tragedia.

Anche Erode si accorge della luna e ne dà una visione ancora diversa: “Che aspetto ha la luna stasera! Non è una figura strana? Sembra una donna pazza che in ogni luogo vada in cerca di amanti... un'ubriaca che tra le nuvole barcolli...“. Non più la pallida e casta custode di misteri verginali, né la insanguinata e spettrale annunciatrice di sciagura, ma una ebbra e folle immagine di lussuria insoddisfatta. Ed è sotto questa luna che si svolge il resto del dramma, anche se Erodiade cerca di ridimensionare ogni fantasia riportando sempre a una piatta realtà: “No, la luna è la luna, nient'altro”.

La morte di Narraboth, passata completamente inosservata da Salomè, viene invece notata da Erode, che al primo disappunto per l'insubordinazione (“Non ho dato nessun comando di ucciderlo”) fa seguire una parola di rimpianto, anche se sembra lo avesse notato perché, come lui, fissava continuamente la principessa (”Il giovane di Siria, era bellissimo. Mi ricordo, vedevo i suoi languidi occhi, quando guardava Salome”). Condividevano quindi la stessa passione! La sensibilità di Erode, attivata dalla sensuale attrazione per la figliastra, gli fa percepire quello che gli altri, soprattutto la moglie, non colgono: sente un brivido, come una fredda ala di morte, che passa sulla terrazza, un funesto presagio di qualcosa di imminente e inevitabile, qualcosa di misterioso che ha a che fare con la morte! Anche queste sensazioni, che si ripeteranno, vengono banalizzate e negate da Erodiade: “Non odo nulla. Sei malato, meglio rientrare”.

Seguono ripetuti inviti di Erode a Salomè affinché la fanciulla beva una coppa di vino o assaggi un frutto, ma sono inviti libidinosi a cui lei si sottrae dicendo di non aver sete e non aver fame. È questa l'atmosfera in cui è immersa Salomè, e bisogna farci molta attenzione perché l'ambiente seduttivo a cui sono esposti i bambini è molto più frequente di quanto si pensi. Tante attenzioni che possono sembrare innocenti “cure” da parte dei genitori sono cariche di sensualità che avvolgono il bambino come una rete da cui è impossibile sottrarsi e che ne deformano la personalità in modo decisivo, aprendo la strada ad ogni possibile caratteropatia e disturbo della personalità, con la più evidente conseguenza di non poter più distinguere un amore autentico da uno morboso e possessivo.

Salomè è ormai abbastanza grande da poter rifiutare ad Erode quel soddisfacimento libidico che si aspetta da lei: “Salome, vieni, bevi con me, è un vino squisito. Me l'ha mandato Cesare in persona. Le tue labbra piccole e rosse, bagnale qui, le tue rosse labbra, quindi io vuoterò la coppa”. E più avanti, quando lei rifiuta, insiste ancora: “Salome, vieni, mangia con me di questi frutti. Mi piace tanto il segno dei tuoi dentini bianchi. Mordi solo un poco, da questo frutto un poco, quindi mangerò io quello che resta”.

Inutile ricordare che Erodiade, che assiste alla scena, è del tutto impotente e senza alcuna vera ascendenza né sul marito, ormai disamorato, né sulla figlia, che ne ha visto da sempre il comportamento immorale e ne ha perso la stima e la fiducia. Il suo “buon senso” non ha protetto la figlia quando era il momento giusto ed ora è troppo tardi... Come siamo lontani dalla figlia che esegue gli ordini della madre, senza alcun senso critico, ma solo per una cieca obbedienza, un essere tutt'uno con i desideri materni, la scialba e passiva figura insomma che i Vangeli ci hanno consegnato. Salomè non asseconda Erode, il potente tetrarca e incestuoso patrigno, non per obbedire alla madre, ma perché è ormai presa da un'altra situazione che ha catturato la sua libido ed è fuori dal potere di lui, anche se dalle richieste di Erode sembra che i due fossero abituati a tali “riti” (bere dalla stessa coppa e mangiare lo stesso frutto in modo da avere uno scambio erotico orale).

Il battibecco tra Erode e la moglie è tipico e sembra di assistere a una scena vista tante volte in tante famiglie in cui ci si rimpalla continuamente la colpa per la disobbedienza dei figli. Anche le famiglie “regali” ne sono tutt'altro che immuni... “Vedi come l'hai educata, questa tua figlia!”, dice il padre, e la madre velenosamente ribatte: “Mia figlia e io veniamo da stirpe regale. Tuo padre era cammelliere, tuo padre era ladro e predone per giunta”. Fatte le differenze dovute, non sembra un copione già visto? Invece di interrogarsi sulle reali motivazioni delle disobbedienze e dei “capricci”, ci si rimpalla la colpa senza assumersi nessuna vera responsabilità e soprattutto pensando che l'educazione non abbia niente a che fare con l'esempio a cui sono esposti i bambini, il reale comportamento dei genitori e non quello che dicono o pretendono dai figli.

Il tentativo di seduzione di Erode continua fino ad offrire alla fanciulla il posto della madre: “Salome, vieni, siediti qua vicino. Puoi sederti sul trono di tua madre”. Come si può procedere più scopertamente di così nella seduzione della figlia alimentandone e assecondando le tendenze edipiche? “Puoi prendere il posto di tua madre!”: al bambino viene offerta la possibilità di sostituire realmente il partner adulto. Non c'è bisogno che egli cresca e impari a distinguere il bene dal male e conquistarsi poi le mete libidiche adeguate, perché già così piccolo può sostituire l'adulto, anzi è meglio di lui e più apprezzato come partner sessuale! È il blocco di ogni possibile maturazione, la conferma al bambino che la sua volontà è “onnipotente” perché, attraverso la seduzione, gli si concede tutto!

Salomè elude l'invito, come aveva eluso i precedenti, con delle banali scuse (“Non ho sete, non ho fame, non sono stanca”) e non entrando in merito al significato reale delle proposte, di cui forse è solo confusamente e incosciamente consapevole, visto che è abituata a essere trattata così.

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(Herodes, Herodias treten mit Gefolge ein.)

HERODES
Wo ist Salome? Wo ist die Prinzessin? Warum kam sie nicht wieder zum Bankett, wie ich ihr befohlen hatte? Ah! Da ist sie!

HERODIAS
Du sollst sie nicht ansehn. Fortwährend siehst du sie an!

HERODES
Wie der Mond heute nacht aussieht! Ist es nicht ein seltsames Bild? Es sieht aus wie ein wahnwitziges Weib, das überall nach Buhlen sucht..., wie ein betrunkenes Weib, das durch Wolken taumelt...

HERODIAS
Nein, der Mond ist wie der Mond, das ist alles. Wir wollen hineingehn.

HERODES
Ich will hier bleiben. Manassah, leg Teppiche hierher! Zündet Fackeln an! Ich will noch Wein mit meinen Gästen trinken! Ah! Ich bin ausgeglitten. Ich bin in Blut getreten, das ist ein böses Zeichen. Warum ist hier Blut? Und dieser Tote? Wer ist dieser Tote hier? Wer ist dieser Tote? Ich will ihn nicht sehn.

ERSTER SOLDAT
Es ist unser Hauptmann, Herr.

HERODES
Ich erließ keinen Befehl, daß er getötet werde.

IL PRIMO SOLDATO
Er hat sich selbst getötet, Herr.

HERODES
Das scheint mir seltsam. Der junge Syrier, er war sehr schön. Ich erinnere mich, ich sah seine schmachtenden Augen, wenn er Salome ansah. - Fort mit ihm.
(Sie tragen den Leichnam weg.)
Es ist kalt hier. Es weht ein Wind... Weht nicht ein Wind?

HERODIAS
(trocken)
Nein, es weht kein Wind.

HERODES
Ich sage euch, es weht ein Wind. - Und in der Luft höre ich etwas wie das Rauschen von mächtigen Flügeln... Hört ihr es nicht?

HERODIAS
Ich höre nichts.

HERODES
Jetzt höre ich es nicht mehr. Aber ich habe es gehört, es war das Wehn des Windes. Es ist vorüber. Horch! Hört ihres nicht? Das Rauschen von mächt'gen Flügeln...

HERODIAS
Du bist krank, wir wollen hineingehn.

HERODES
Ich bin nicht krank. Aber deine Tochter ist krank zu Tode. Niemals hab' ich sie so blaß gesehn.

HERODIAS
Ich habe dir gesagt, du sollst sie nicht ansehn.

HERODES
Schenkt mir Wein ein.
(Es wird Wein gebracht.)
Salome, komm, trink Wein mit mir, einen köstlichen Wein. Cäsar selbst hat ihn mir geschickt. Tauche deine kleinen roten Lippen hinein, deine kleinen roten Lippen, dann will ich den Becher leeren.

SALOME
Ich bin nicht durstig, Tetrarch.

HERODES
Hörst du, wie sie mir antwortet, diese deine Tochter?

HERODIAS
Sie hat recht. Warum starrst du sie immer an?

HERODES
Bringt reife Früchte.
(Es werden Früchte gebracht.)
Salome, komm, iß mit mir von diesen Früchten. Den Abdruck deiner kleinen, weißen Zähne in einer Frucht seh' ich so gern. Beiß nur ein wenig ab, nur ein wenig von dieser Frucht, dann will ich essen, was übrig ist.

SALOME
Ich bin nicht hungrig. Tetrarch.

HERODES
(zu Herodias)
Du siehst, wie du diese deine Tochter erzogen hast!

HERODIAS
Meine Tochter und ich stammen aus königlichem Blut. Dein Vater war Kameltreiber, dein Vater war ein Dieb und ein Räuber obendrein.

HERODES
Salome, komm, setz dich zu mir. Du sollst auf dem Thron deiner Mutter sitzen.

SALOME
Ich bin nicht müde, Tetrarch.

HERODIAS
Du siehst, wie sie dich achtet.

HERODES
Bringt mir - Was wünsche ich denn? Ich habe es vergessen. Ah! Ah! Ich erinnere mich -

(Erode, Erodiade entrano con la corte.)

ERODE
Dov'è Salome? Dov'è la principessa? Perché non è tornata al banchetto, come le avevo ordinato? Ah! È là!

ERODIADE
Non devi guardarla. La guardi continuamente!


ERODE
Che aspetto ha la luna stasera! Non è una figura strana? Sembra una donna pazza che in ogni luogo vada in cerca di amanti... un'ubriaca che tra le nuvole barcolli...

ERODIADE
No, la luna è la luna, nient'altro. Meglio rientrare.


ERODE
Voglio restare qui. Manassah, portaci tappeti! Accendete le torce! Voglio bere altro vino con gli ospiti! Ah! Scìvolo. Ho calpestato del sangue, è brutto segno. Perché c'è qui sangue? È un morto? Chi è il morto? Chi è questo morto? Non voglio vederlo.


IL PRIMO SOLDATO
Sire, è il nostro capitano.

ERODE
Non ho dato nessun comando di ucciderlo.

IL PRIMO SOLDATO
Sire, egli stesso si è ucciso.

ERODE
Mi sembra strano. Il giovane di Siria, era bellissimo. Mi ricordo, vedevo i suoi languidi occhi, quando guardava Salome. Portatelo via.

(I soldati allontanano il cadavere)

Qui fa freddo. C'è vento... Non c'è vento?

ERODIADE
(asciutta)
No, non c'è vento.

ERODE
Vi dico che c'è vento. - E nell'aria odo qualcosa, come il sibilo di ali possenti...
Voi non l'udite?

ERODIADE
Non odo nulla.

ERODE
Ora non l'odo più. Però l'ho udito, era il soffio del vento. È passato. Bada! Non l'udite?
Il sibilo di ali possenti...


ERODIADE
Sei malato, meglio rientrare.

ERODE
Non sono malato. Tua figlia invece mortalmente è malata. Non l'ho mai vista così pallida.

ERODIADE
Te l'ho detto, non devi guardarla.

ERODE
Versatemi vino.
(Portano il vino)
Salome, vieni, bevi con me, è un vino squisito. Me l'ha mandato Cesare in persona. Le tue labbra piccole e rosse, bagnale qui, le tue rosse labbra, quindi io vuoterò la coppa.

SALOME
Tetrarca, non ho sete.

ERODE
Lo senti come risponde, questa tua figlia?


ERODIADE
Ha ragione. Perché la fissi sempre?

ERODE
Portate frutta matura.
(Portano la frutta)
Salome, vieni, mangia con me di questi frutti. Mi piace tanto il segno dei tuoi dentini bianchi. Mordi solo un poco, da questo frutto un poco, quindi mangerò io quello che resta.


SALOME
Tetrarca, non ho fame.

ERODE
(a Erodiade)
Vedi come l'hai educata, questa tua figlia!

ERODIADE
Mia figlia ed io veniamo da stirpe regale. Tuo padre era cammelliere, tuo padre era ladro e predone per giunta.

ERODE
Salome, vieni, siediti qua vicino. Puoi sederti sul trono di tua madre.

SALOME
Tetrarca, non sono stanca.

ERODIADE
Vedi come t'ascolta.

ERODE
Portatemi... Ma che volevo? Non lo so più. Ah! Ah! Ecco, ricordo...




Hans Beirer (Erode), Astrid Varnay (Erodiade), Teresa Stratas (Salomè)
dir: Karl Böhm (1974)


Horst Hiestermann (Erode), Leonie Rysaner (Erodiade), Catherine Malfitano (Salomè)
dir: Giuseppe Sinopoli (1990)


Herwig Pecoraro (Erode), Elisabeth Kulman (Erodiade), Catherine Naglestad (Salomè)
dir: Simone Young (2015)